LE MIE LETTURE DI GENNAIO

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In chiusura d’anno mi ero ripromessa di leggere meno e “meglio” in questo 2020 e per ora sto tenendo fede. Gennnaio è stato un mese interessante, ma senza pile immense di libri smaltiti. Bene così!
Scherzi a parte, ripensando al mio modo di appprocciarmi alla lettura in questi ultimi anni, dominati dai social, classifiche, sfide e altro, mi sono resa conto di come siano cambiate le mie abitudini e non ne sono rimasta particolarmente soddisfatta. Troppo spesso mi sono lasciata influenzare dalla moda (sì, anche l’editoria è dominata dalla moda, ho capito) delle ultime uscite, nomi strillati e spammati a gogo, poi scomparsi dopo pochi mesi. Foto sui social, articoli blasonati sui giornali, passaggi per radio, festival e presentazioni che assicurano ad autore e titolo un grande successo per alcuni mesi, prima di cadere immancabilmente nell’oblio. Con questo non voglio dire che tutte le novità sono destinate a far parlare di sé per poco più di qualche settimana e poi più nulla, ma spesso accade proprio così. Al contrario ho accantonato o letto molto di rado libri lunghi, magari classici, magari letture meno scorrevoli, quasi fosse tutta una corsa contro il tempo per sommare quanti più titoli possibile e scalare classifiche. Ma classifiche di cosa, poi? In parallelo questa caccia alla novità mi ha fatto accumulare tomi su tomi in casa, finora rimasti intonsi, a cui sto pian piano mettendo mano, ma con una certa fatica. Non amo l’idea in sé di accumulare tanto per fare: come tanti, anch’io ho un debole per le case piene di libri, ma libri letti, amati, sfogliati e risfogliati, altrimenti si tratta solo di pile di carta.
Insomma, quest’anno ho deciso di abbassare l’asticella della quantià (negli acquisti l’avevo abbassata già l’anno scorso), per dare maggior importanza alla qualità e aprire le porte anche a qualche mattone che mi attende da tempo.

Ma torniamo a gennnaio… poche letture, poche pagine, ma tante riflessioni sagge e profonde.


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Vera Giaconi
Persone care
(Edizioni SUR)
15.00€

Una nuova raccolta di racconti, letti tutti d’un fiato, alcuni in qualche modo “disturbanti”, altri più accomodanti.
L’uruguayana Vera Giaconi parla di rapporti familiari, non sempre linearei e amorevoli, spesso macchiati di gelosie, invidie, rabbia: emozioni normali nella vita quotidiana, anche all’interno del nucleo familiare, ma che non sembrano far spesso capolino in narrativa. Sorelle, fratelli, genitori, nessuno è esente dalle emozioni.

Un collage interessante di uomini, donne e bambini dunque, a volte particolarmente riuscito altre, a mio parere, un po’ zoppicante. Ci sono racconti perfetti, in cui l’ansia e la tensione non cade mai e in cui tutto ha un suo posto e una sua funzione. Altri invece ammetto che mi hanno lasciata un po’ insoddisfatta, mi hanno trasmesso poco o promettevano benissimo, per poi deludermi sul finale. Ma forse è un problema mio.

Solo per citare alcuni dei racconti:
In Piranha vediamo due fratelli, Víctor e Romina, che si contendono l’attenzione dei genitori davanti allo schermo della televisione. Una scena familiare dietro le quinte: la spia della bambina e lo sguardo truce del ragazzino, convalescente da una brutta ferita e in punizione, esprimono tutta la gelosia che scorre tra i due, fomentata dall’altalena tra la durezza del padre, il cui arrivo crea una tensione palpabile, e il cuore tenero della madre.
Al buio introduce invece il tema della dittatura e della paura sempre presente di quegli anni. Anche in questo caso ci sono due bambini e spesso, la sera, la madre li lascia con la vicina, per andare al lavoro. Con lei “giocano” a trascorrere la serata completamente al buio, un gioco strano e inquietante, che ci parla di clandestità, controllo, pericoli e che finisce per spaventare anche i due fratelli, che non sanno più se fidarsi o meno della vicina e del marito, spesso presente.
Ma il più disturbante di tutti è sicuramente Rincontri, la cui trama volge al fantastico, ma dal sapore quasi horror, con scene splatter e tanto mistero.

Un ultimo commento scherzoso lo rivolgo invece alla copertina: il serpente albino no, vi prego! Per fortuna ho una libraia davvero speciale che ha incartato la mia copia così da non dover vedere la povera bestia ogni volta che prendo in mano il libro e che me lo farebbe lanciare per aria dall’orrore. Già soffro con quella piccolina qui di fianco e con tutte quelle comparse sui social a titolo fresco di pubblicazione, figuriamoci a tenerlo in mano. Ne colgo il senso ovviamente, ma magari un disego poteva bastare.


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Primo Levi
I sommersi e i salvati
(Einaudi)
12.00€

I sommersi e i salvati è quasi un trattato di psicologia e riesce a sviscerare quanto di più recondito c’è dietro alla Tragedia del ‘900, smontando pezzo a pezzo intenzioni, cause, azioni e conseguenze sia da parte dei carnefici sia da quella delle loro vittime.
In queste pagine troviamo un compendio della natura umana, parlando ovviamente dell’Olocausto, ma trovando forti corrispondenze e risonanze nel nostro stesso passato e nel nostro presente.

Primo Levi compie un’analisi molto dettagliata dell’esperienza terribile del lager, la prigionia, le violenze subite, le privazioni, senza mai cadere in ovvi giudizi. Parla dei limiti della memoria, che inevitabilmente influenza i racconti di chiunque, parla di zona grigia dell’animo umano tutto, per semplice debolezza o per vero e proprio dolo. Parla del senso di colpa dei sopravvissuti per avercela fatta, a differenza di tantissimi altri, e non certo per merito. Un sentimento pesante da portare sulla coscienza per il resto dei propri giorni e che ognuno ha tentato di affrontare a modo suo, chi tacendo e chi invece raccontando, divulgando. Ma Levi si chiede anche con insistenza come abbia potuto il popolo tedesco assistere, per lo più silente, al massacro, facendo finta di non vedere e non sapere. Nell’ultimo capitolo del libro riporta una serie di lettere che ha ricevuto da lettori tedeschi, all’uscita di Se questo è un uomo, con relativi commenti e risposte. Qualcuno prova rimorso, per lo più chi all’epoca era troppo piccolo e non avrebbe potuto fare niente o chi è nato dopo la guerra, qualcun’altro si nasconde dietro a giustificazioni che l’autore smonta una a una.

Credo sarebbe stato interessante far dialogare Primo Levi e Nora Krug: uno alla ricerca di riposte da un popolo intero per poterlo finalmente capire e l’altra alla ricerca di risposte da documenti e dalla propria famiglia per placare il senso di colpa ereditato per il solo fatto di essere tedesca. Certo, ci vorrebbe la macchina del tempo, ma almeno spero che la fumettista conosca i libri di Levi.

Personalmente, ogni volta che leggo un suo racconto, romanzo o saggio non posso far altro che notare l’estrema cultura a tutto tondo, dalle scienze alle lettere, fino ad arrivare alla psicologia umana. Nonostante le tematiche e le considerazioni spesso dure da digerire, è un vero piacere assaporare la lingua colta, ma non boriosa, le argomentazioni alte, i riferimenti di livelli così raffinati da lasciare a bocca aperta. Per non parlare poi della coerenza ineccepibile di un uomo che non perde mai, se non per un attimo brevissimo, la lucità su quella che è la propria identità e la propria strada: nepppure nella tragedia si abbandona alla speranza di una fede per lui vacua, che servirebbe solo a tradire se stesso.
Quella di Levi era certamente un’intelligenza sopraffina, di cui si sente particolarmente la mancanza oggi, davanti al disastro umano, ecologico, culturae e sociale cui ci troviamo immersi. Da un lato penso che sia un bene avergli risparmiato questo orrore, dall’altro quanto manca il suo acume e la sua capacità di analisi del passato e del presente!


a cura di Paolo Cognetti
New York Stories
(Einaudi)
21.00€

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Un’altra raccolta di racconti, ma non solo. Tra le pagine scelte e messe insieme da Cognetti in questo volume troviamo sia narrativa che scritti autobiografici e persino saggi, di autori statunitensi e italiani. I brani sono suddivisi per epoche e momenti topici per la città e presentanti in ordine cronologico. Dagli anni di Fitzgerald e Dorothy Parker a Henry Miller, Mario Soldati e Malamud, poi ancora Capote, John Cheever, Richard Yates, gli anni ’60 di Ed Sanders, Joan Didion e Grace Paley e infine gli anni ’70 e ’80 con Don Delillo, Nathan Englander e David Leavitt.

Una raccolta molto variegata, sia per genere che per linguaggi, tematiche e punti di vista: inevitabile forse, per raccontare il crogiolo di culture, subculture, movimenti e stravolgimenti che compongono New York nelle sue varie fasi. Una città esplosiva e magnetica, da cui hanno fatto un passaggio più o meno prolungato tanti dei grandi della letteratura (e non solo, ovviamente), chi per formarsi, chi per cercare fortuna, chi più o meno per caso. Per esempio Pasolini, arrivato per un festival di cinema, percorre le strade della metropoli in lungo e in largo, incontra Oriana Fallaci e le racconta del fascino potente che la città gioca già su di lui. Vorrebbe tornare, rimanere più a lungo e viverla da ventenne, anche se i vent’anni sono ormai lontani.
Joan Didion vi arriva invece giovanissima, per scrivere e ci rimane a lungo, anche lei affascinata più dal fervore culturale e sociale che non dalle strade. Anche Mario Maffi passa da New York e in Interni a Manhattan la racconta attraverso gli appartamenti in cui ha alloggiato nel corso degli anni, anche solo per poche notti, a volte di nascosto da vicini e propietari.

Ma soprattutto sono rimasta colpita dai racconti veri e propri, di narrativa. Sono stata catturata dalla tristezza e dal vuoto che sembra caratterizzare certe esistenze, disperse e talvolta isolate nell’anonimato della grande città, fatta di ritmi frenetici, rapporti a volte sfuggenti.
Dorothy Parker racconta la vita di una donna sola, anche quando circondata di uomini e amiche passeggere, una vita triste, squallida e offuscata dall’alcool. In Balllata di John Cheever ci troviamo invece immersi in un’atmosfera quasi gotica, quasi alla Edgar Allan Poe e il finale svolta verso il fantastico e l’inquietudine. Richard Yates ci mostra invece la solitudine di una coppia, tenuta insieme più dall’isolamento di ognuno dei due coniugi che da altro.
Si cambia completamente scena invece con Don DeLillo, il Bronx, la povertà estrema (quasi la degenza), la droga e la violenza, il tutto visto con gli occhi di due suore che ogni giorni sono sul campo di battaglia dispensando briciole ai bisognosi. È il massimo che possono fare ma è inevitabilmente troppo poco per la vastità della disperazione che le circonda.
Infine Nathan Englander, con il suo racconto di un’epifannia, regala una nota quasi comica dell’isolamento e dell’incomprensione umana. La rivelazione improvvisa, una nuova religione da imparare a conoscere e assimilare, una guida spirituale che sembra più uno scappato di casa che un rabbino, il matrimonio messo alle strette… è difficile prendere sul serio i travagli del protagonista in questo percorso interiore e di vita.

I commenti di Paolo Cognetti, a introduzione delle varie sezioni, inseriscono autori e storie nel contesto storico e culturale, valorizzando ancora di più la raccolta, già di per sé accurata e di grande valore. Che pensiate di organizzare un viaggio nella Grande Mela, che siate innamorati di letteratura americana o abbiate semplicemente voglia di leggere dei bei racconti, il libro farà certamente al caso vostro.

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