LE MIE LETTURE ESTIVE parte 3ª

Le giornate si accorciano, la sera in casa siamo sotto ai 28 gradi (di poco!) e allora tiriamo le somme sulle ultime letture di quest’estate. Se luglio era stato un mese particolarmente proficuo e fortunato, agosto, ahimè, mi lascia un po’ delusa, ma vedrò di rifarmi al più presto.
Intanto ecco i libri che ho letto tra pomeriggi pigri sul divano, domeniche in piscina e viaggi su treni polacchi: una graphic novel, due romanzi e un discorso di argomenti vari e atmosfera triste andante.

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Mariko Tamaki e illustrazioni di Jillian Tamaki

E la chiamano estate
(Bao Publishing)
18.00 €

Un romanzo grafico di formazione (uno dei tanti di quest’estate), un passaggio d’età piuttosto importante, l’amicizia, la famiglia con tutti i suoi problemi, il sesso e l’amore. Questi sono i temi che troviamo tra le belle tavole di Jillian Tamaki.
Rose e Windy sono amiche “estive”, nel senso che entrambe trascorrono le vacanze ad Awago Beach, dove passano tutto il loro tempo inseme. Rose ha un anno e mezzo in più di Windy e sta chiaramente entrando nella fatidica tappa dell’adolescenza, con tutti i suoi conflitti interiori ed esteriori, i cambiamenti fisici e quell’improvvisa insofferenza verso scherzi e atteggiamenti infantili che fino a poco prima la facevano sorridere. A complicare le cose, proprio quest’estate i suoi genitori sono in rotta, litigano, poi non si parlano e lei può solo immaginare cosa stia accadendo, ma inevitabilmente viene travolta dai malumori della madre e dai battibecchi in corso.

Era da un po’ che questo fumetto attendeva in fila sulla mia mensola “Da leggere”, aspettavo il momento giusto e possibilmente l’estate. Un libro delicato e scorrevole, bellissimo il rapporto (anche se solo accennato) con il padre, così come azzeccatissimo è il conflitto con la madre. Però lo ammetto: a me non basta. Ho bisogno di emozionarmi, di riflettere, di pensare e in queste 300 e rotte pagine, che ho letteralmente divorato in poco più un’ora, non ne ho avuto il tempo. Ma forse ho un problema con i fumetti… finora sono stati pochi quelli che sono riusciti a lasciare un’impronta bella forte.


Elizabeth Strout
Mi chiamo Lucy Barton
(Einaudi)
17.50 €

Un’infanzia di povertà e privazioni, solitaria, senza conforto e senza il calore dei genitori. Una madre asetticamente fredda, un padre ambiguo e due fratelli con cui non sembra esserci stato nessun tipo di complicità.

A singhiozzo il passato torna a galla, attraverso i ricordi di Lucy, costretta su un letto di ospedale per colpa di una misteriosa infezione. Per cinque giorni le fa compagnia la madre, arrivata a New York dalla provincia, quella depressa e abbandonata (la provincia) di cui ci parla tanta letteratura americana, per poterla accudire, mentre il marito si occupa delle due figlie piccole.

«Una madre dovrebbe proteggere i suoi bambini»

Così le dice all’improvviso quella stessa madre che non ha saputo difenderla dalle privazioni, dal freddo e dalla fame, ma nemmeno dagli scherni dei coetanei e dalla sua stessa ruvidezza.

Un passato che non si discosta troppo dal racconto de L’Arminuta, né per ambientazione né per carenza di sentimenti. Mentre il romanzo di Donatella Di Pietrantonio è riuscito però a toccare dentro di me corde profonde, questo è scivolato via con una certa freddezza, senza lasciarmi molto, forse per i racconti a metà – una parte di passato rimane infatti all’oscuro fino alla fine. La protagonista sembra voler dire che a parte la povertà le è accaduto qualcosa di ancora più grave, ma non si capisce che cosa e non lo si capisce nemmeno a libro concluso.
Il racconto è frammentato, si salta da un piano temporale a un altro, a volte in modo un po’ forzato, appesantendo non poco la prosa. Insomma, uno di quei libri che temo dimenticherò nel giro di poco.

Majgull Axelsson
Io non mi chiamo Miriam
(Iperborea)
19.50 €

Una storia davvero toccante, che narra l’Olocausto con gli occhi di una ragazzina rom, reietta tra i reietti. Attraverso i suoi ricordi, scopriamo una parte di storia che raramente troviamo sui libri di storia e che conosciamo quindi pochissimo… o forse per niente.

Ho apprezzato molto le tante pagine dedicate al Lager, non per morbosità ma perché l’abbondanza di particolari mi ha permesso di immedesimarmi particolarmente all’atmosfera e all’orrore di quelle vite atrocemente segnate (e in gran parte spezzate) dal campo. E casomai avessi potuto pensare anche solo per un istante che si trattasse di pura finzione, mentre leggevo il libro sono stata ad Auschwitz e Birkenau, dove l’impatto con la macchina di morte iper-organizzata, quasi meccanizzata, è stato davvero forte. Le spiegazioni della guida (che raccontava tante delle cose che stavo leggendo tra le pagine del romanzo) e la quantità di filo spinato che si estende letteralmente a perdita d’occhio si sono fatti irrimediabilmente realtà.

La prosa del libro l’ho trovata però prolissa, a tratti persino ridondante, soprattutto nelle parti ambientati in Svezia. Più volte ho saltato dei paragrafi, che a una prima occhiata mi sembravano un po’ troppo sdolcinati. Mani che si stringono, sguardi che si incrociano, svenimenti messi lì un po’ a casaccio, che non aggiungono niente di più alla storia. È un po’ come se il romanzo fosse costruito su due piani diversi, che faticano a conciliarsi: da una parte la testimonianza (seppur inventata) dura e cruda, dall’altra il racconto romantico di una giovane My Fair Lady che per la prima volta vede il mondo civilizzato scandinavo e va quindi educata (neanche fosse una scimmietta) per diventare una perfetta signora, fare un buon matrimonio e lasciarsi le origini povere e rustiche alle spalle.
Come poi Miriam riesca a mantenere il segreto per tanti anni e poi, arrivata a ottantacinque anni, lasciarsi scappare così tanti dettagli tutti in una sola giornata, per me rimane un mistero.

Paolo Nori e illustrazioni di Fausto Gilberti
Esattamente il contrario
(Drago Edizioni)
14.00 €

Per il viaggio in Polonia avevo selezionato letture in un certo senso a tema e questo libretto lo è certamente. Per alcuni anni Paolo Nori ha partecipato alla lodevole iniziativa Un treno per Auschwitz organizzata dalla fondazione Fossoli, accompagnando ragazzi delle scuole superiori della provincia di Modena a visitare i campi di concentramento. In quelle occasioni ha pronunciato alcuni discorsi e qui è contenuto il primo, Discorso sulla razza, che ha letto nel 2009 al cinema Kijow di Cracovia (gli altri si trovano invece nel libro Si sente? edito da Marcos y Marcos).

La scrittura di Paolo Nori è inconfondibile e a mio parere sempre magnifica: riesce a mantenere una sfumatura scanzonata anche parlando di argomenti seri e tu lettore stai all’erta, perché sai che prima o poi ti scapperà un sorriso. Come sempre la prende alla larga e per le prime pagine non capisci proprio dove voglia andare a parare, sembra che stia andando fuori tema. Poi però ecco che arriva e allora è tutto chiaro. Le teorie di Galton e dei suoi discepoli, l’eugenetica per giustificare le sterilizzazioni coatte e l’esperimento di Milgram sull’obbedienza sembrano proprio voler dire che per l’umanità non c’è scampo, nonostante oggi si siano capite tante cose e dovremmo essere un pelo più avanti:

«Lo scienziato italiano Guido Barbujani, in un libro che si intitola Questione di razza, chiarisce che le differenze genetiche tra Luciano Pavarotti e Nelson Mandela sono simili a quelle che ci sono tra Luciano Pavarotti e un modenese o un carpigiano qualsiasi.»

Un concetto che purtroppo non è ancora ben chiaro ai più, parrebbe proprio.

Bellissime anche le illustrazioni di Fausto Filiberti, che arricchiscono notevolmente il testo.

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